Oriana Fallaci e le cattive coscienze  IL CASTELLO DELLE IPOCRISIE  di ANGELO PANEBIANCO

Oriana Fallaci e le cattive coscienze

IL CASTELLO DELLE IPOCRISIE

di ANGELO PANEBIANCO

E se fosse proprio la vecchia, cinica Europa (Gran Bretagna esclusa), piuttosto che questo o quel Paese islamico, a sganciarsi per prima, a sfilarsi a poco a poco dalla grande coalizione messa in piedi dagli Stati Uniti contro l'islamismo radicale, allo scopo di cercare, nei prossimi anni, la via dell' appeasement e della resa? Lo pensavo mentre leggevo Oriana Fallaci e, riflettendo sulle più probabili reazioni alle sue parole, mi appariva chiaro che c'è una parte, certamente ampia, forse persino maggioritaria, dell'opinione pubblica europeo-continentale che non può proprio sopportare l'idea di essere messa di fronte alla necessità di scelte nette, radicali. Dello scritto della Fallaci si può pensare qualunque cosa, lo si può condividere in tutto o in parte, o affatto, ma di sicuro non si può negare che esso è stato, per il nostro Paese almeno, un calcio violentissimo sferrato contro quel castello di ipocrisie dietro cui si nascondono coloro che già oggi, più o meno sotto traccia, lavorano all'ipotesi dello «sganciamento» e dell' appeasement. Per inciso, conoscendo un po' i miei polli, penso che la parte di quello scritto risultata più indigeribile per molti di loro non sia tanto quella dedicata all'Islam quanto quella sull'America: quei riferimenti al patriottismo americano, a quegli operai newyorkesi non «irreggimentabili» che se ne infischiano dei sindacati ma guai se gli tocchi la bandiera, alla religione civile americana, che tutti abbiamo visto di colpo risvegliarsi e manifestarsi con potenza dall'11 settembre in poi, all'America, terra della libertà, così come la vollero i Padri fondatori. Troppi pregiudizi antiamericani circolano nelle nostre opinioni pubbliche perché quelle parole non provochino, oltre che adesioni, anche molta repulsione. Ma il vero punto è un altro. Un'Europa, civilissima, raffinatissima, ma anche così indifferente a tutto da non muovere un dito mentre in Bosnia avvenivano i massacri che sappiamo (e che furono alla fine fermati solo dall'intervento dell'America), un'Europa che avrebbe senz'altro permesso a Milosevic di ammazzare tutti i kosovari nessuno escluso se, ancora una volta, l'America non avesse deciso altrimenti, un'Europa siffatta come farà, nella nuova guerra in corso, a «tenere la posizione» a lungo, come farà a restare salda di fronte alle prove che ci attendono? Per farlo, occorrerebbe credere in qualcosa. In che cosa crede l'Europa? Una parte dell'Europa, di sicuro, non crede proprio in niente. Il problema (politico) è capire quanto estesa essa sia.
Se ne sono lette e sentite di tutti i colori in questi giorni a proposito di «civiltà» e di rapporti fra le civiltà. Chi, come me, ha scritto che solo una colossale amnesia storica può rendere tanti europei così inconsapevoli del valore delle loro istituzioni, così ottusi da mettere quelle istituzioni, in omaggio a un malinteso principio di uguaglianza, sullo stesso piano di istituzioni, proprie di altre civiltà, ispirate a principii opposti a quelli che ispirano le nostre, si è sentito rispondere (insulti a parte) molte cose interessanti, ma quasi sempre irrilevanti. Si è sentito rispondere, per esempio, che, quella occidentale a parte, le altre civiltà, a cominciare dalla islamica, esibiscono grande ricchezza culturale (mai Averroè è stato più citato sui giornali che in questi giorni) e grande differenziazione interna. E chi lo ha mai negato, di grazia? E' insito nell'uso della parola «civiltà» il riferimento a sistemi culturali complessi, di antichissima formazione, che permeano molte società anche assai diverse fra loro, e che subiscono cambiamenti nel tempo. Si è sentito rispondere, ancora, che le civiltà non sono «chiuse» ma sempre aperte all'interscambio reciproco. Che è ancora una volta vero, ma ancora una volta irrilevante.
Si è sentito poi accusare di «determinismo culturale»: come se sostenere che un insieme di istituzioni poste a tutela dell'uguaglianza di fronte alla legge (l'antica idea greca di «isonomia») e di diritti individuali di libertà, e faticosamente affermatesi pur fra tante deviazioni (nazismo e comunismo inclusi) nel corso nella storia, è ciò che distingue il mondo occidentale da altri mondi, debba di per sé configurare l'adesione a una visione deterministica della storia.
Gaffes di Berlusconi a parte, il problema politico che emerge da tutte queste discussioni è chiarissimo. Una parte del mondo occidentale ritiene che i principii inscritti nelle istituzioni occidentali, che regolano, pur fra mille imperfezioni, il nostro modo di vita, e che ispirano le nostre concezioni del mondo, mantengano intatto il loro valore e meritino di essere difesi anche a costo di sfidare dei pericoli. Un'altra parte del mondo occidentale, soprattutto europeo, pencola verso l'indifferenza, quando non l'aperta ostilità, a quei principii e a quelle istituzioni. E' quella parte di Europa che pensa, anche se ancora non lo dice apertamente, che gli americani «se la sono cercata», che pensa che qualunque compromesso, qualunque annacquamento di principii, sia lecito e doveroso, pur di assicurarci un minimo di sicurezza qui e ora.
Un bel po' di (dichiarati) «relativisti», di destra e di sinistra, si è assunto oggi la rappresentanza di quella parte dell'opinione pubblica europea che non vuole storie, e che è prontissima a barattare principii (nei quali, del resto, non crede più, o non crede più abbastanza) in cambio di tranquillità. Dietro i loro eleganti discorsi - che iniziano sempre, naturalmente, con l'esecrazione di rito del massacro di New York - si intravvedono bene, in controluce, le posizioni e le «mosse» dei mesi e degli anni a venire.
E' comprensibile che costoro non comprendano quelli di noi che, per esempio, nutrono una profonda simpatia per quei musulmani che, nei Paesi islamici, vorrebbero ottenere diritti e libertà che oggi non hanno e che, guarda un po', assomigliano da vicino a quei diritti e a quelle libertà di cui godiamo in Occidente. Quelli di noi che, se mai venisse il momento del confronto, non sarebbero disponibili a fare la scelta dell' appeasement. Ritenendo che esistano alcuni principii non sacrificabili sull'altare di nessun «dialogo», e in difesa dei quali vale tuttora la pena di correre dei rischi.