Svizzera in bici - 14 agosto 2009
14 agosto 2009
Santa Maria Val Müstair - Ponte di Legno (82 km, 2810 m)
Notte tranquilla a Santa Maria, funestata solo dal mio goffo
tentativo notturno di guardare l'ora sul minicomputer della bici che si trovava
a lato del letto a castello (il minicomputer, non la bici!) e che è
conseguentemente caduto (si, perché io dormivo in uno dei letti superiori!) con
danni che avrei verificato solo il mattino successivo essere irreparabili.
Da quel momento in poi, perciò, non ho più potuto contare sulle utili informazioni di
viaggio fornite dallo strumento, in particolare la velocità istantanea e la distanza percorsa.
La sempre abbondante e sempre gradevole colazione mattutina è stata ahimè seguita dall' immediato avvio (la salita inizia a non più di 30 m dall'ostello) verso l'Umbrailpass (2503) lungo una strada stretta, ripida, assai poco trafficata, piuttosto selvaggia, parzialmente sterrata e complessivamente molto bella.

dalla strada verso l'Umbrailpass



L'Umbrailpass è un valico che divide (o unisce, dipende dai punti di vista ...) la Svizzera e l'Italia, anche se in realtà non è un passo vero e proprio ma più esattamente uno sbocco sulla valle (e sulla strada) che da Bormio sale allo Stelvio, a un paio di km dal passo.


Rientrato perciò in Italia, sempre senza problemi di documenti causa completa assenza di guardie di frontiera, sono inevitabilmente salito fino al Passo dello Stelvio (2758), dove ho trovato il solito casino di ciclisti, motocicisti, turisti, venditori ambulanti e umanità varia.

Qualche giorno prima mia madre mi aveva detto di aver sentito alla radio
da Henri Chenot, il noto erborista, che al Passo dello Stelvio si poteva
vedere un presidio permanente di ambulanze pronto a soccorrere i malcapitati
ciclisti che, a causa dello scarso allenamento e di altri fattori patogeni
concomitanti, assai frequentemente incorrevano in malori più o meno seri in
seguito al tentativo di sfidare il valico stradale più alto d'Europa.
Io a dire il vero ero un po' scettico perché non ricordavo, nei miei precedenti
passaggi, di aver mai notato ambulanze allo Stelvio; ma in effetti ho dovuto
ricredermi sulla presenza di numerosi banchetti che prodigavano le prime cure di
emergenza ai ciclisti (ma non solo) provati dalla salita da Bormio (1533 m di
dislivello per una lunghezza di circa 21 km) o da quella da Prato allo Stelvio
(1843 m per 27 km). Vedi documentazione fotografica qui sotto.

Uno dei numerosi banchetti di primo soccorso per i ciclisti (e
non solo) che salgono al passo dello Stelvio.
Gli sfortunati hanno la possibilità di scegliere la terapia tra
würstel con crauti, salsiccia, senape, ketchup, birra e
altri alimenti emergenziali
Indeciso sul da farsi, se scendere cioè dal versante altoatesino (verso Prato allo Stelvio), per poi passare da Merano e Bolzano (che caldo!!!) e rientrare magari dal Tonale,


o scendere dal versante lombardo, e restare perciò in territorio valtellinese, ho optato alla fine per tornare a vedere la sempre bella Bormio (1225) che si trova in fondo alla maestosa discesa da 21 km.






Una veloce ma (eccessivamente!) abbondante insalata e poi via, tutto bello impomatato nel caldo feroce del primo pomeriggio, verso Santa Caterina Valfurva (1738) e la sempre dura salita del passo Gavia (2652).




E' sempre gratificante osservare come quella splendida macchina che
è il nostro corpo sia capace di abituarsi alle situazioni che, spesso per causa
nostra, si trova a dover affrontare.
Se il corpo, ad esempio, appartiene ad un poco allenato pedalatore che sale e
scende passi alpini mattina e pomeriggio, è interessante sentire come
l'imprescindibile bisogno di acqua e l'inestinguibile sete che sempre si
avvertono durante i primi giorni di sforzo vengano gradualmente sostituiti dalla
capacità di percorrere lunghi tratti senza bisogno né desiderio di acqua (o
altri liquidi equipollenti).
Il corpo impara ad ottimizzare l'utilizzo dell'acqua in relazione alle
straordinarie condizioni in cui si trova ad operare (straordinarie rispetto
all'ordinaria vita cittadina), e le esigenze idriche calano drasticamente.
Sciaguratamente il meccanismo non si applica ad altri liquidi, come la birra,
che soprattutto in occasione della cena il corpo continua a richiedere e a
consumare in quantità industriali.
Provato dalla salita, sono infine sceso verso la ormai bresciana Ponte di Legno, fortunatamente in attesa del suo vate estivo Umberto (dico fortunatamente perché il suddetto vate è arrivato solo il giorno dopo, per Ferragosto, quando io ero fortunatamente già lontano).
Durante la discesa dal Gavia si incontra una galleria completamente buia che rappresenta sempre un affascinante pericolo per chi la percorre in bicicletta: se non ci sono auto o moto a illuminarne le pareti, si perde completamente il senso della posizione, e se proprio si è senza fari (come io ero) è necessario addirittura scendere dalla bicicletta per non rischiare di andare a sbattere contro una delle pareti.

Ponte di Legno (1258) è un bel paese, simpatico, ben attrezzato e con molte qualità (ho mangiato bene e mi sono trovato altrettanto bene nel pur modesto alberghetto che mi ha ospitato), ma mi è riuscito impossibile non osservare la differenza di qualità estetica tra questo paese posto in cima alla Valcamonica e i paesi svizzeri (Engadina e non solo) che avevo visitato nei giorni precedenti. E inevitabilmente mi è venuto da pensare (senza alcuna ironia): "Ponte di Legno? Bel posto! Il più brutto tra quelli che ho visitato negli ultimi quattro giorni!"