Svizzera in bici - 15 agosto 2009
15 agosto 2009
Ponte di Legno - Schilpario (130 km, 3117 m)
Deciso ad arrivare a casa per sera, mi sono messo per strada da Ponte di Legno con un leggero ritardo e con una mezza idea di infilare nel percorso il passo del Mortirolo (1852), che avevo sempre sentito nominare per superiori meriti sportivi ma che non avevo mai affrontato.


Sceso in Valcamonica sino ad Incudine (~900), sono stato sportivamente costretto ad affrontare il passo non tanto dal mio orgoglio, che ne avrebbe comunque volentieri fatto a meno, quanto dalla presenza di Mark, un simpatico ciclista svizzero (di Berna) che mentre si incremava contro il sole come solo un teutonico riesce a fare, mi ha spinto a seguirlo (in senso proprio: lui davanti, io dietro) nella salita.
La salita è stata decisamente impegnativa (anche perché non potevo lasciare
andare troppo avanti Mark, benché la sua moooolto più leggera e il suo
bagaglio assai più ridotto fornissero a lui un indiscutibile vantaggio e a me
il solito inconfutabile pretesto).
Alla fine, comunque, gli ho concesso non più di un paio di minuti, cosa che mi è sembrata
assolutamente soddisfacente.



Al passo abbiamo incontrato un simpaticissimo valtellinese, in escursione con la famiglia, che oltre a scattarci le foto di rito, ha approfittato della bella (!) bici di Mark per inventarsi la testimonianza fotografica di una sua presunta salita ciclistica al Mortirolo che, per l'appunto, esisteva solo in fotografia.
Durante la salita mi è venuto da pensare che alla fin fine il Mortirolo, passo tanto decantato, non era poi così duro! Solo durante la successiva discesa (che è risultata impegnativa e faticosa anche solo per la gestione dei freni!) ho capito che il lato 'vero' del Mortirolo è l'altro, quello che sale dal lato di Tirano. Il tracciato è in effetti impressionante, con una salita lunghissima e sempre molto tosta.



Arrivato a Tirano in un clima che si faceva più caldo ad ogni minuto che passava, sono assai faticosamente risalito verso il passo dell'Aprica. Il passo è palesemente facile, ma il non completamente trascurabile dislivello associato al caldo feroce del mezzogiorno di ferragosto mi hanno richiesto uno sforzo tutt'altro che indifferente. In particolare sono arrivato ad Aprica letteralmente in un bagno di sudore, non sapendo neppure bene come fare per asciugarmi. Né la sosta in un ristorantino locale per il rapido piatto di pizzoccheri, né la successiva sosta al sole in un prato dei dintorni del passo sono riuscite ad asciugarmi se non in minima parte.

Sceso quindi fino ad Edolo (720), e poi fin quasi a Cedegolo
(413), ho imboccato verso le 16,30 la s.s. 294 che sale al Passo del Vivione
attraverso la Val Paisco.
Avevo ormai deciso di fermarmi a dormire a Schilpario - essendo ormai
impossibile arrivare per sera a Bergamo (dopo il Vivione restava ancora il Passo
della Presolana, e poi la facile ma relativamente lunga discesa fino alla
città).
Il passo di per se è non è proprio uno scherzo (20 km per 1400 m di
dislivello); ma per me è stato anche più impegnativo del previsto: sia per gli sforzi
della giornata e - forse - per la fatica accumulata nei giorni precedenti, sia per il caldo, sia per i continui cambi di pendenza, sia per il
sudore che scendeva copioso come non mai ad inzuppare tutto quello che
indossavo.



Quasi alle 7 di sera, stremato, sono arrivato ai 1827 m del passo del
Vivione; e meglio avrei fatto ad imitare l'esempio di un gentile signore con
il quale ho scambiato due parole e che si sarebbe fermato a dormire nel rifugio del
passo.
Invece, secondo il mio programma originario, sono gelidamente (con gli indumenti
fradici) sceso fino a Schilpario (1124), paese per il quale ho sempre provato
una spiccata simpatia (anche per la bellissima pista di fondo che frequento
d'inverno), ma dove ho trovato un'accoglienza alberghiera assolutamente
deludente ed inferiore alle mie aspettative.
Non credo di essere particolarmente esigente (anzi!) e sono sinceramente dispiaciuto di dover parlare negativamente, in tutto il mio pur breve percorso ciclistico, solo di un paese che si trova proprio nella mia provincia (avendo sempre trovato in tutti gli altri posti quanto meno un'accoglienza di livello professionalmente decoroso).
Gli alberghi del paese (un tre stelle e un due stelle) erano pieni, e mi sono
perciò rivolto all'unico B&B del paese (rimaneva una pensione ad una stella
che, probabilmente sbagliando, non ho consultato).
La signora che gestisce il B&B prima di darmi l'ultima stanza a sua
disposizione mi ha fatto una serie
di sgradevoli commenti che denotavano una assoluta mancanza non solo di
professionalità ma anche di educazione: "Ma come: arriva a quest'ora
[ore 19,30, ndr]? A dire il vero io sto cenando, ma se vuole posso interrompere
la mia cena per prepararle la stanza". "La stanza [vecchia e
umida, benché grande, ndr] costa quaranta euro, anche perché per meno non mi ci
metto neanche".
Se ci fosse il bisogno di dirlo i quaranta euro erano senza ricevuta. E per
avere la colazione, la mattina dopo, ho dovuto aspettare le 8 (mentre l'ora di
colazione di tutti - credo! - gli esercizi pubblici è non oltre le 7!).
Di lì a poco, dopo essermi sistemato in quella che purtroppo era
probabilmente l'unica stanza disponibile non solo del B&B ma di tutto il paese e aver fatto un paio di
telefonate ad amici e parenti, sono entrato nel ristorante dell'albergo a
due stelle (che era anche ristorante, non solo albergo) per mangiare qualcosa.
Non avrei mai pensato, in Italia, di sentirmi rispondere alle ore 20.43 del
giorno di ferragosto: "Mi dispiace ma la cucina è già chiusa. Se vuole
possiamo farle qualcosa di rapido ai ferri".
Ritenendo di meritare di meglio che 'qualcosa di rapido ai ferri', sono andato allora al
tre stelle (che era anche ristorante, non solo albergo)
ma la risposta è stata grossomodo dello stesso tenore, anche se alla fine, dopo
una qualche attesa, mi hanno rimediato un piatto di pizzoccheri con le patate
crude, un paio di birre di due marche diverse (perchè due della stessa marca
non ce le avevano!) e una appena passabile bistecca di puledro.
La cena si è svolta nella sala del ristorante dove c'eravamo solo io e le
cameriere che sparecchiavano rumorosamente senza mancare di aggiornarmi sulle
ultime novità delle vacanze, della moda e delle tresche dell'estate
schilpariana.
L'unica cosa normale della cena (normale nel senso di: normalmente alta) è
ovviamente stato il conto, peraltro identico a quello che ho pagato volentieri la sera prima a Ponte
di Legno per lo stesso identico menù ma con un servizio soddisfacente e una adeguata qualità
gastronomica.
Mi sono accorto solo dopo cena dell'esistenza in paese di un ristorante pizzeria
con un'apparenza più seria.
Un buon Braulio, perfettamente servito dal simpatico barista della pensione ad una stella che durante la scelta dell'alloggio avevo trascurato, mi ha parzialmente riconciliato con la serata e fatto pensare che le stelle e le classifiche sono probabilmente necessarie e spesso efficaci, ma certamente non dicono tutto.